Copertina di perry Boys

Working class, estetica, musica e terrace culture. I Perry Boys nel Nord Ovest britannico.

"Ci sentivamo completamente padroni delle nostre vite. Nessuno ci avrebbe detto cosa fare, non i giornali, non la tele, nessuno. La consapevolezza che fosse un’invenzione completamente nostra sembrava proiettarti in uno sballo perpetuo"Ian Hough

S

olitamente In Italia le pubblicazioni sulle subculture si dipanano tra articolati saggi di sociologia dall’approccio accademico, libri scritti da studiosi del costume che contestualizzano l’elemento estetico della scena metropolitana minimizzandola nel campionario delle mode in un certo periodo storico, testi di presunti esperti che si improvvisano cultori dei movimenti giovanili e underground e articoli denigratori e allarmistici di giornalisti che si occupano dei fenomeni socio-culturali e musicali con una tempistica asincrona rispetto alla mutevolezza, alla ricerca di esclusività e alla rapida trasformazione che caratterizza le controculture e le sottoculture.

Perry Boys. Manchester & Salford Casual Gangs di Ian Hough, edito da Boogaloo Publishing non documenta nostalgicamente un movimento giovanile, non ha vocazione intellettuale o autocelebrativa, non ha velleità da ricerca accademica, ma racconta come il Nord Ovest britannico ha reagito e ruggito di fronte alle politiche di austerità e di sacrifici imposti dal governo inglese senza fare ricorso alle ideologie partitiche, alle religioni e a qualsivoglia sovrastruttura teorica, attingendo alla determinazione selvaggia, identitaria, senza orpelli patetici che offre la cultura di strada, che in questo caso significa confrontarsi fin da piccoli con i bulli di quartiere, sostenere la squadra della propria città in giro per il Regno Unito e l’Europa, trascorrere il tempo libero nel pub frequentato dai supporters più accesi e adottare quel particolare stile di vita che segue la filosofia di stampo Liverpudlian-Mancunian “minimo costo e massima attitudine”. 

Il linguaggio è immediato, autentico, diretto, coerente con la personalità di chi è cresciuto a Salford e ha trascorso l’adolescenza nel marasma socioculturalmusicale dei Seventies e dei primi Eighties del secolo scorso. Il libro rispecchia il movimento di cui si parla: un magma dirompente e mutante, ricco di energia allo stato sorgivo nato dalla risolutezza e dall’assenza di timori reverenziali verso le autorità.

Ian Hough è un lad nato nel 1965 e cresciuto nell’ambiente della working class di Manchester, protagonista e testimone diretto della nascita e dell’evoluzione dei Perry Boys. Il testo – ricco di espressioni gergali tipiche di quell’area del Regno Unito e di quella particolare mob – è stato tradotto fedelmente da Ruggero Brunello per la Boogaloo Publishing di Rovereto.

L’autore dà voce a tutti quelli come lui, quei ventenni che tra il 1979 e il 1983 furono i “pionieri” della Malattia Inglese, ragazzi senza prospettive che: “si sono prodigati per avere una vita degna di essere vissuta per divertirsi, ma che non erano là solo per spassarsela”. 

Lo stadio, i quartieri, le bevute al pub, i furti, le risse, l’uso di droghe, i viaggi da squattrinati, la musica, fanno da cornice ad un fenomeno dalla originale connotazione stilistica che sopravvive ancora oggi sebbene in una versione depotenziata nell’anima.

La lettura ci consente di vivere l’atmosfera irripetibile di quel contesto storico con la leggerezza e l’ironia lad, con il piglio che spinse tanti boys di Manchester e Liverpool a non soccombere di fronte al disegno economico-depressivo imposto dal governo inglese con l’adozione di politiche urbanistiche disgreganti, di sistemi scolastici rigidi e con lo spettro di una vita adulta trascorsa con la coda fra le gambe, cambiando decine di lavori precari e piegandosi supinamente alla spirale mortificante del sussidio di disoccupazione.

Ian Hough mette in evidenza le differenze sociali e culturali che esistono tra Londra e le città portuali come Manchester e Liverpool. Il libro ci trasporta indietro negli anni e fa rivivere attraverso una cronaca fedele l’impatto sociale causato dalla demolizione del vecchio quartiere operaio di Salford con la cui cancellazione sono state spazzate le consuetudini, i rapporti di vicinato e le tradizioni storiche della classe lavoratrice costretta al trasloco coatto dalle abitazioni two down two up verso i minuscoli appartamenti dei mostruosi palazzoni popolari a sei piani.

La Cosa Senza Nome, come vengono definiti i Perry Boys nasce senza alcuna velleità di vocazione politica e identitaria nel senso più sociologico del termine ma come risposta spontanea alla condizione sistemica di azzeramento delle opportunità, di precarietà e di assenza di lavoro ben retribuito. I Lads mancuniani più risoluti sviluppano uno stile di vita controcorrente, basato sull’assenza di regole e di testimonial, sul mimetismo nei confronti dei media e delle forze dell’ordine, inventando un look che qualche anno dopo seppure annacquato dal consumo streetwear sarà esportato in altre nazioni.


Ma esattamente in cosa consiste questo stile?


La generazione di Ian Hough, legata al culto del support your local team, abituata a frequentare lo stadio, a guadagnarsi qualche sterlina facendo i Car-minders nei pressi dello Old Trafford  e a indossare il kit ufficiale della squadra di calcio della propria città, con il crescente fenomeno delle trasferte in Europa, inizia a conoscere i brand di nicchia dello sportwear tedesco, italiano e francese che proprio in quel periodo propongono sul mercato prodotti di superba qualità manifatturiera, sperimentando materiali innovativi dal design intramontabile. Si tratta di marche storiche come Adidas, Puma, Ellesse, Fila, Sergio Tacchini, Lacoste, Le coq Sportif, un ben di Dio che i ragazzi delle periferie del Nord-Ovest d’Albione non possono permettersi ma di cui si appropriano attraverso scorribande e saccheggi durante le trasferte. E così, in occasione delle partite di Coppa o del Torneo Angloitaliano, si apre la caccia ad alcuni modelli di calzature e di jacket seguendo istintivamente un certo gusto estetico focalizzato sul concetto di connotazione di gruppo: la selezione dei modelli avviene – a Manchester più che a Liverpool – in base alle qualità di materiali e rifiniture e alla voglia di migliorare costantemente il proprio stile creando un nuovo concetto di “eleganza” urbana anticonformista.

“Espropri” scevri di enfasi politica e di ribellismo ideologico, piuttosto una caccia al brand sportivo più esclusivo, una sfida di tipo primordiale per non rimanere schiacciati dalle mortificazioni economiche imposte dal governo inglese, un nuovo rush adrenalinico capace di far sentire vivi tanti ragazzi ai margini del sistema di istruzione e con poche e nulle chances di miglioramento sociale.

“La storia dell’umanità è fatta di principi, mutazioni e punti chiave dell’evoluzione. I principi, nella storia, sono sempre stati originati dalla confluenza di fattori all’apparenza disgiunti ed il fenomeno dei Perry Boys non fa differenza. I fattori coincidenti che istigarono questo qualcosa di insolito e inaspettato nella cultura giovanile furono numerosi e disparati. Alla stregua dell’Era Glaciale, quando i cacciatori percorrevano lunghe distanze per acquisire pellicce rare (e quindi preziose), anfore e gioielli, lo stesso fecero quelli che diedero vita al movimento. L’Europa Continentale diventò la loro destinazione, le scarpe e l’abbigliamento i loro obiettivi. Molti dei ragazzini che parteciparono alla caccia erano nativi del centro storico di Manchester e Liverpool, gente abituata alla povertà. […] I ragazzi volevano di più e decisero di prenderselo”.

Cover prima edizione originale, 2007 - Milo Books.

Negli stadi inglesi si iniziano a vedere sempre più ragazzi della working class bianca con tagli di capelli Wedge alla David Bowie, K-way Adidas, camicie a quadretti minuscoli con collo botton-down cortissimo portato chiuso fino all’ultimo bottone, jeans Lois, Lee, Levi’s slim, trainers Samba e Stan Smith della Adidas, ovviamente capi della Fred Perry, appendendo al chiodo le sciarpe, le bandiere, i cappelli, le shirt della squadra del cuore, per rendersi “invisibili” e potersi muovere agevolemente durante i tafferugli provocati nelle principali città europee durante le partite di Coppa infrasettimanali.

Non c’è nessuna tolleranza verso tonka toys e poser che si limitano ad adottare quel particolare stile in modo passivo, senza senso di appartenenza al gruppo, come meri consumatori compulsivi.

Nelle sue frequenti comparazioni tra il fenomeno dei Perry Boys e i principi dell’evoluzione genetica e biochimica usata per mettere a fuoco i processi di trasformazione sociale e culturale di una comunità, Ian Hough ci accompagna fino all’estate del 1983, quando La Cosa Senza Nome si avvia al tramonto, virando il proprio raggio di azione dalle curve degli stadi, dai pub, dal Northern Soul e Rare Groove alla frequentazione dei rave, delle sonorità acid house e techno music, passando il testimone ai Cockney per il battesimo e l’esplosione su larga scala del Casual.

Il passaggio a questa seconda fase della scena psichedelica, narra di centinaia di Perry Boys che emigrano all’estero (in Germania, nei Kibbutz israeliani, in Marocco, in Canada, in Australia, in California), alla ricerca di una vita nuova e più o meno decente che il Regno Unito non avrebbe potuto offrirgli. 

La costante del libro è proprio questa volontà della generazione di Boys nata e cresciuta nei quartieri operai del Nord Ovest britannico di non appassire, di non paralizzarsi di fronte alla dinamica perversa della rassegnazione, del fantozzismo impiegatizio all’italiana, alla ricerca di una connotazione stilistica da vivere con leggerezza e disimpegno, con quell’irrequietezza e quell’energia necessarie per raccogliere le sfide della vita.

Molti ragazzi che oggi acquistano modelli di scarpe e abbigliamento di storici brand del panorama sportwear definito Casual (la cui produzione già dalla fine degli anni ottanta ha subito una rapida delocalizzazione e un brusco abbassamento della qualità produttiva) non conoscono le radici sottoculturali di questo stile, ignorano che dietro quei modelli Adidas, CP Company, Fila, Lyle & Scott, Levi’s e Fred Perry c’è la storia di un gruppo di ragazzi Manc e Scouser squattrinati che hanno rifiutato una vita di stenti e si sono inventati quella Cosa Senza Nome che dura ancora oggi. È questo che rende irripetibile e inimitabile in fenomeno Perry Boys.

Come scrive Ian Hough:

“Qualunque cosa avessimo in Inghilterra, ce l’eravamo guadagnata combattendo e inventandola dal nulla. In altre parole, avresti dovuto veramente desiderare che accadesse. L’invenzione di quegli stili, nel lontano 1979, era stata una delle svolte più grandi nella storia del nostro Paese, letteralmente una svolta evolutiva; poi la gente, semplicemente, non riuscì a tirar fuori niente di migliore, e di conseguenza continuò a vestirsi secondo quella che divenne la moda “casual”.

IDENTIKIT


  • Titolo: Perry Boys. Manchester & Salford Casual Gangs
  • Autore: Ian Hough
  • Editore: Boogaloo Publishing, 2010.
  • Cartaceo: euro 25,00
  • Pagine: 306 p., ill. , Brossura
  • Genere: saggio
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